Can. Arturo Giovannini

Il prete del Borgo

foto Can. ARTURO GIOVANNINI

  Nato a Bologna il 22 giugno 1870; ordinato sacerdote il 17 dicembre 1892 da Mons. Zoccoli; fu cappellano alla Mascarella fino al 1905, poi a S. Giovanni in Monte fino al 1907, quando fu nominato Rettore del Santuario della B. V. del Perpetuo Soccorso. Mansionario, prefetto del Coro della Metropolitana, fu nel 1933 eletto canonico della Colleggiata di S. Giovanni in Persiceto. Morì nella incursione del 5 giugno 1944.

  Era uno dei preti più popolari di Bologna.
  Chi non lo ricorda o per la strada, nel suo solito tragitto quotidiano dal Borgo alla Metropolitana, col suo passo strascicante da piedi dolci, o nella sua cappa paonazza, prefetto del coro, a capo dei Mansionari della Metropolitana, nel suo caratteristico gesto delle due dita appoggiate sotto il labbro nell'atto di intonare il canto?
  Chi si fermava in conversazione con lui raramente poteva trattenere una schietta risata, perchè aveva sempre pronto l'ultimo frizzo di moda o un aneddoto allegro o la frase spropositata, che egli riferiva nel suo dialetto bolognese che aveva il gusto schietto del Borgo S. Pietro, il centro della tradizione cittadina; e il Can. Giovannini era bolognese schietto, di nascita, di educazione e di spirito.
  Voleva bene ai suoi borghigiani ed anche essi lo stimavano, si sfogavano e si confidavano volentieri con lui.
  Era ben raro che, percorrendo il vecchio Borgo, abitato da popolani e facchini in gran parte, non si sentisse salutare ed anche invitare dalle osterie e dai caffè.
  — Don Zvanèin! bon giorno don Zvanèin! — dicevano le popolane con la sporta gonfia della spesa.
  — Ch'al sènta, don Zvanèin! — chiamava il barbiere, e gli sussurrava nell'orecchio la ultima barzelletta su Mussolini. Scoppiava la risata cordiale e don Giovannini si faceva ripetere la battuta per poter poi a sua volta riferirla ad altri.
  — Don Zvanèin! non piglia un «cicchetto» con noi? — gli urlavano i facchini della «balla» del Borgo, intenti alla solita partita ad un tavolo dell'osteria. A volte, don Giovannini salutava con la mano e tirava diritto per la sua strada fra gli improperi di quei rozzi omaccioni dai muscoli rudi: era quando doveva celebrare, quando l'attendeva il suo bel Santuario della Madonna che chiudeva in fondo la via del Borgo, era quando doveva affrettarsi alla Metropolitana per il suo ufficio di Prefetto del Coro.
  Ma spesso don Giovannini non disdegnava di entrare, si fermava con loro, beveva con loro il suo bicchier di vino. — A chi tocca pagare? — Ci stava a dir due barzellette e dopo qualche minuto si congedava con la buona parola in dialetto:
  — Drouvè giudèzzi, ragàzz! Adoperate giudizio, ragazzi! —
  E quei ragazzi, rudi, dai muscoli d'acciaio, che si «sballottavano», come dicevano, i quintali, gli volevano bene e per lui avrebbero dato il sangue.
  Ancor più forse lo conoscevano i numerosi poveri della contrada. Era ben raro che ne incontrasse qualcuno senza cavare il borsellino e dargli qualche spicciolo. Ricordo che una volta che mi trovavo con lui fece l'elemosina ad un arnese dal naso spugnoso che rivelava l'ubriacone lontano un miglio. Glielo feci osservare. Egli alzò le spalle e sospirò.
  — Pouvràtt! Lo so che adesso se li andrà a bere! ma... è così disgraziato!
  Amava il decoro del suo Santuario del Borgo: era la sua Madonnina, e la Seconda Domenica dopo Pasqua era il suo trionfo, perchè era il trionfo della sua Madonna del Soccorso che era portata solennemente in trionfo per il Borgo e per via Irnerio. Erano gli istanti in cui si mostrava più compunto nella sua cappa di Canonico della Collegiata di S. Giovanni in Persiceto; e nel suo sguardo chino, nel suo labbro mosso alla recita delle Ave Marie si scorgeva la soddisfazione per il tributo di affettò che tutto il popolo offriva a Maria, le case ornate alle finestre delle cose più preziose, le Immagini e gli Altarini ben composti e infiorati a fianco degli ingressi, le mani protese per il lancio di un bacio alla Vergine che passava benedicente.

* * *

  A fianco della sua Madonna si sentiva tranquillo anche durante i bombardamenti più pericolosi sulla città. E non volle riflettere che il Santuario era situato in una zona estremamente pericolosa. Di là dalla strada, a distanza di appena 100 metri, s'incrociava il groviglio dei binari di smistamento della Stazione Centrale, si alzavano poco più lungi due grandi serbatoi delle Officine del Gas: ed erano tutti obbiettivi per i nemici.
  Egli tuttavia volle sempre stare al suo Santuario. All'allarme passava un istante all'altare della Madonna, poi si ritirava in una stanzetta attigua, si sdraiava in una comoda poltrona, e recitava tranquillo il suo rosario, fino al cessato pericolo.
  Così lo colse la incursione del lunedì 5 giugno 1944.
  Una trentina di quadrimotori e caccia fecero irruzione nella zona orientale della Città, sganciando bombe di ogni calibro sulla ferrovia e mitragliando anche le strade adiacenti. Fu un immane crollo per via del Borgo, Mascarella, Centotrecento, ecc.
  Un grappolo di bombe sibilando si abbattè in pieno sul Santuario della B. V. del Perpetuo Soccorso e lo distrusse completamente.
  Il Can. Giovannini. che si trovava ancora in chiesa, non fece in tempo a raggiungere la sua solita stanza: fu schiacciato dal crollo delle macerie contro il muro della camera adiacente.
  Due giorni lavorarono intensamente gli abitanti del Borgo, con slancio spontaneo che dimostra quanto bene gli volessero, e finalmente lo rinvennero appoggiato al muro in un angolo della stanza, rannicchiato in se stesso e col volto ancora sereno e non turbato dal terrore della morte, che lo dovette sorprendere improvvisa.
  Così cessava di vivere «don Zvanèin» a 74 anni, rimpianto dal popolo della zona che stimava in lui il padre buono che sa comprendere e aiutare.