Suzdal’ addio

   E quella speranza che per oltre quattro anni ci aveva sorretto e guidati avanti si avverò il 25 aprile dell’anno 1946. Di buon mattino, in un giorno qualunque, il miracolo tanto atteso e desiderato, invocato di giorno e di notte, nella vita e vicino alla morte, si avverò; d’improvviso il desiderio da tutti sognato, dai vivi e dai morti, diventò realtà. E tutto avvenne senza segni premonitori, così, all’istante e come un fulmine a ciel sereno o una tempesta tropicale, come un uragano sulle alte cime dei monti o un violento temporale estivo.

   Krastin, Novikov, Majorov, o come si chiamava il comandante del lager70, di buon mattino fa scendere in cortile tutti gli ufficiali italiani superstiti dell’Armir (570) e con voce severa, come di abitudine per un membro della nomenklatura e un comandante compagno della rossa Armata democratica, comunica:

   “Gli italiani ufficiali rientreranno in patria subito; tra poche ore partenza per Vladimir. Das vidania, tovarisc, das vidania”.

   Questa la folgorante notizia, seguita da un tuono: evviva! Abbracci, salti di gioia, facce più frastornate che sorridenti, incredulità generale, qualche preghiera al Signore, una fugace stretta al cuore ricordando i mille e mille fratelli che alla rinfusa, in grandi fosse comuni, riposano sotto i bianchi boschetti di betulle nelle vicinanze del monastero di Suzdal’ e restano qua; poi una immensa allegria, una irrefrenabile contentezza s’impadronisce di tutto e di tutti. Ma sarà vero? Non sarà un’ultima perfidia infame?

   Manca ancora un po’ di tempo all’ora fissata per la partenza, ma già tutti siamo incolonnati in attesa del via, con in mano tre cianfrusaglie di bagaglio e nient’altro. Durante la frenetica e tremante attesa della partenza, spasmodica attesa col cuore in gola, la gioia immensa in corpo, la mente frastornata da mille pensieri bellissimi che scacciavano a forza quelli tristi e lasciavano spazio ad un dubbio duro a morire, passa di bocca in bocca un sussurro che desta incredulità, stupore, angoscia. È una voce peregrina nata dal nulla e dal niente, ma che percorre ugualmente i crocchi festosi e vocianti dei prigionieri in partenza che da alcune interminabili ore attendono il miracolo che deve arrivare. Il sussurro che diventa notizia ufficiale eleva dintorno un tuono, un urlo bestiale:

   “Vigliacchi!”

   Non partono per ora gli ufficiali superiori, un gruppo di reazionari in attesa di accertamenti, un ammalato gravissimo che non può affrontare il viaggio; trenta prigionieri in tutto che però rientreranno in Italia tra breve tempo.

   Come quelli che son partiti per luoghi ignoti e mai più si sono rivisti? Come Stagno, l’eroe, o Padre Alagiani? O come Ioli, Pennisi e altri che torneranno in Italia nel 1954? Odio immenso, rabbia a stento repressa, tristezza infinita riempiono il cuore di molti celoviek. Maledetti barbari enkevediani, stramaledetti anellidi nostrani, comunisti di razza.

   E intorno a quei poveretti non si videro scene di disperazione, né si udirono testamenti di sorta, né richieste di badanti. Nei visi della maggior parte dei rimasti il c.b. vide solo fierezza e disgusto, nient’altro.

   Purtroppo tra coloro che così meschinamente sono stati puniti si notano i volti di nostri cari amici, considerati i duri del lager; quelli che mai sono scesi a compromessi con russi e assimilati, che non hanno mai firmato niente di niente, che in tutto il periodo di detenzione mai hanno detto un sì a nessuno. Altro che reazionari, altro che fascisti, o gentaglia misera e trista, migliori e peggiori compresi! Sono uomini, uomini veri quelli, fulgidi esempi di cittadini e di soldati che emergono dalla grigia uniformità e si elevano sulla massa indistinta e anonima; personaggi rari, inflessibili, integerrimi e incorruttibili, la cui regola di vita, immutabile da qualsiasi evento o contrarietà o sacrificio, è la dignità e l’onore, l’inviolabilità del prestigio della Patria, dell’Italia.

   Assieme a quel gruppo, alcuni celoviek senza storia alle spalle, numeri, forse per confondere idee e giudizi. Chissà!

   E il fratello moribondo che fine farà? Chi può restare ad assisterlo? L’amore verso il prossimo e le insistenze di un santo cappellano che volontariamente si offre di restare con l’amico ammalato grave ed i puniti vincono i dinieghi dei russi; Don Franzoni potrà restare a Suzdal’ per donare al fratello moribondo un sorriso e la pace, per assisterlo e tenergli una mano in compagnia del Signore e per alleviare la tristezza dei trattenuti71.

   Vigliacchi, barbari quei comunisti staliniani; maledetti quei bastardi di anellidi nostrani. Niet firmare, niet Italia; niet scuola, niet Italia: frasi che la brezza che scende dal nord porta alle orecchie degli inebetiti celoviek e penetrano nella mente e nel cuore, nell’anima e nei corpi di tutti (meglio: di quasi tutti) i partenti, già pronti per lasciare alle spalle quel luogo d’inferno che è il lager di Suzdal’ e quella vita da bestie che è la prigionia in Russia.

   Dopo circa tre mesi anche i trattenuti partirono per l’Italia e il collega ormai in fin di vita restò solo nel Campo 160 di Suzdal’, assistito però, finché la morte non scese pietosa ad alleviarne le pene, da alcuni ufficiali spagnoli, prigionieri anche loro nel Campo di Suzdal’. Gli ufficiali spagnoli, altri esempi di eroici soldati e signori di altri tempi, uomini veri.

   Il c.b., nella tremante attesa del miracolo, siede sull’erba del cortile in compagnia del caro paesano Ruzzolini Andrea e non sa cosa dire o fare per ingannare il tempo. Risponde alle domande dell’amico con parole senza senso e direzione, telegrafiche e spesso fuori luogo, affaticato com’è a pensare a tutto e a niente.

   “Chissà, Bruno, se dovremo percorrere a piedi la quarantina di chilometri che ci separa dalla stazione più vicina o ci porteranno, almeno in questa splendida occasione, con gli autocarri?”.

   “No”.

   “Come no?”.

   “Sì”.

   “Come sì? A piedi o in camion?”

   “Scusami Andrea, ma non ho capito bene la domanda”.

   “Ti ho chiesto se andremo a Vladimir a piedi o in macchina; hai capito ora?”

   “Sì, sì, anzi no, ma beh!... e chi lo sa?”

   Il c.b. non poteva capire, né voleva capire; il cuore, la mente, tutto il suo essere erano scossi dalle frasi che al termine degli interrogatori interrelazionari ponevano fine allo scontro-incontro (“Tu non firmare, niente Italia; tu niente scuola, niente Italia”) e che ora riecheggiavano sinistre sulla massa dei prigionieri in attesa della partenza, bestiali nelle orecchie dei puniti. Il c.b. si aspettava da un momento all’altro di veder arrivare il russo dalle mostrine azzurre o i mezzi russi interpetri nostrani che con fare sprezzante gli urlavano: “Davai, bistrà, passa nel gruppo dei rimasti, ci siamo dimenticati di te, davai bistrà”.

   - Eppure all’appello mi hanno chiamato tra i partenti - ripeteva a sé stesso per farsi coraggio - Se intendevano trattenermi me lo avrebbero detto come agli altri; è assurdo che si siano dimenticati. A meno che quel maledetto dell’interprete di ricambio non goda a farmi l’ultimo dispetto e cioè a farmi assaporare la gioia della partenza e tirarmi indietro per un braccio all’apertura del portone. No, no non è pensabile tutto ciò, anche in un paese dove l’impossibile esiste; e poi quel mongolo non può godere perché è fatto di terracotta e tale composto non ha sentimenti di sorta. Cristo Signore, come son lunghe le ore quando si attende qualcosa di bello e, nel contempo, si teme la rozza perfidia del vincitore.

   “Pronti, in ordine, si parte”, urla il nacialnik comandante.

   La fremente colonna che si è formata lungo il vialetto prospiciente i caseggiati lentamente, ma decisamente, si muove. Da tutti, o quasi, si elevano dintorno un pensiero riverente verso le migliaia di fratelli che riposano nelle fosse comuni poco distanti e all’ombra delle bianche betulle nel boschetto alla periferia di Suzdal’; un augurio sincero e fraterno ai trenta rimasti; un sentimento di pietà per i prigionieri delle altre nazionalità che ci guardano partire; uno sguardo pieno d’odio verso il malfamato lager staliniano n. 160, e poi via, avanti.

   Si apre il grande portone che è alla base del torrione centrale e già i primi celoviek lo stanno attraversando e vanno oltre verso l’orizzonte e il cielo infiniti. Gli altri seguono: “l’un dinanzi e l’altro dopo”, e sempre più svelti per paura che da un momento all’altro il portone debba richiudersi. Mamma mia che emozione! Grazie Signore per il miracolo!

   Nel momento in cui il c.b. attraversa la porta avverte un tuffo al cuore e una voce sommessa che gli sussurra alle orecchie: - Parti anche tu, bersagliere, non ti trattengono qua. Eran solo parole quelle minacce degli inquisitori, almeno per te.

   Avanti verso Vladimir.

   Ripreso coraggio e fiducia, prosegue spedito ma ad ogni passo gli ruzzola nella mente un dubbio che non riesce a scacciare: - Spero, ma proprio convinto non sono; mi trovo in Russia, la patria del comunismo bestiale, non in un paese civile. E se quelli mi corrono dietro e mi riportano al lager? E se... ma... Beh, per ora si va, poi si vedrà, altrimenti se continuo ad assillarmi il cuore mi scoppierà.

   Durante la lunga marcia da Suzdal’ alla stazione di Vladimir, a piedi ovviamente, tutti, penso nessuno escluso, vanno con la memoria e per un attimo alla stessa marcia sopportata anni prima da Vladimir a Suzdal’. Marcia verso la morte, allora; verso la vita adesso. Incancellabile il ricordo di quel lontano viandare nel crudo e gelido gennaio del 1943: una lunga, serpeggiante colonna di larve umane vestite di stracci, di facce patibolari con sembianze di dannati danteschi, esseri bestiali tormentati dalla stanchezza, dalla fame, dal freddo, dall’atroce tormento dei pidocchi, vessati da angherie di ogni sorta; un branco di morituri. Ma poi la gioia, l’allegria, la speranza divenuta quasi certezza, fugano tutti i tristi ricordi. Si parte, stavolta, popolo; si va verso casa, gente! Quaranta o quarantacinque chilometri da macinare per arrivare alla stazione di Vladimir. Beh? Anche in Italia a piedi e finché c’è fiato siam pronti ad andare, altro che fino a Vladimir!

   Che fatica, però, che pena, che dolore per quei poveri piedi non più abituati a camminare! Molti prigionieri ogni tanto si accasciavano al suolo, stremati, e invano urlavano alla colonna di attenderli. La colonna avanzava nonostante tutto e le grida di tutti. Per fortuna che alcuni autocarri caricarono i caduti e li trasportarono alla stazione. Che progressi anche nel paese del bolscevismo! Quattro anni prima chi cadeva o crepava di colpo o veniva ammazzato dalle guardie; nessuno sfuggiva alla morte. Ecco il treno; è la solita vecchia tradotta formata da una sbuffante locomotiva e tanti carri bestiame, ma a noi sembra l’Orient Express.

   Lunga sosta in attesa di salire; il comandante fa la conta dei prigionieri, ma probabilmente si sbaglia e allora di nuovo altra conta. Una terza volta si ripete la conta per confermare la seconda, diversa dalla prima. Perquisizione d’obbligo, minuziosa, scrupolosa come sempre, irritante; parecchie le esortazioni “ioptuoimat”; spintoni a non finire, ma non ci si fa troppo caso perché fanno parte del linguaggio vocal-manuale in uso nei paesi socialisti.

   “Nacialnik, dove andiamo?”

   “Nis naio, davai bistrà”.

   “Tovarisc, dove ci portate?”

   “Nis naio, davai bistrà”.

   Si parte. Anch’io parto. La locomotiva ansimando apre il viaggio; i carri, docili e traballanti, dietro; il non dimenticato tam-tam, il sordo, lento, ricorrente tam-tam prodotto dalle ruote dei carri ad ogni giuntura delle rotaie, ci accompagna dalla partenza fino alla meta.

   Quanti chilometri e chilometri macinati e lasciati alle spalle; quanti interminabili giorni e settimane durò quel viaggio verso una ignota destinazione del sud-ovest che pareva irraggiungibile tanto era distante!