Un testimone della resistenza dei prigionieri italiani in Russia

di Alessandro Ferioli

La frequentazione della memorialistica1 e l’ascolto dei racconti di coloro che combatterono la campagna di guerra contro l’Unione Sovietica danno presto l’abitudine, in base alla frequenza con cui ricorrono gli episodi più significativi della loro esperienza, di ripartire i reduci in due gruppi distinti: coloro che dopo la grande offensiva sovietica del dicembre 1942 hanno compiuto la ritirata riuscendo a ritornare fortunosamente in Italia e coloro che, catturati dai russi, hanno sofferto la prigionia nei campi staliniani per diversi anni. I primi hanno vissuto il dramma del ripiegamento, tra morti e congelamenti, ma sempre con la lusinga del ritorno a casa a ogni passo in più che riuscivano a compiere verso ovest (emblematicamente rappresentata dalla domanda che l’alpino Giuanin del Sergente nella neve rivolge insistentemente al suo superiore: “Sergentmagiù, ghe rivarém a baita?”); i secondi hanno sofferto (talvolta in aggiunta a tutto ciò) anche i supplizi dei lager, ritornando in patria stremati nel fisico e devastati nell’animo, induriti nel cuore e quasi stranieri nella propria terra, pressoché ignari di alcuni anni di storia italiana che si erano svolti senza di loro, spesso contrastati a ogni minimo tentativo di raccontare e descrivere le vicende che li avevano visti protagonisti.
Tra questi ultimi si trovava Bruno Cecchini, nato a Sambuca Pistoiese (PT) nel 1921, sottotenente nel 3° Reggimento Bersaglieri, rimpatriato soltanto nel luglio 1946 dopo oltre tre anni e mezzo di prigionia e autore del memoriale dattiloscritto che oggi, a vent’anni dalla sua stesura non proprio definitiva, pubblichiamo. Rientrato in patria, Cecchini entrò nell’amministrazione scolastica, svolgendo l’attività di maestro elementare e in seguito di direttore didattico nei Circoli delle scuole elementari di Bologna, dove concluse la sua onorata carriera con il conferimento da parte del Ministero della Pubblica Istruzione della Medaglia d’Oro ai benemeriti della scuola, della cultura e dell’arte. Cecchini, che nel corso della sua carriera di educatore si era anche laureato in Pedagogia presso l’Università degli studi di Bologna, è venuto a mancare nel 1999, dopo essere stato per alcuni anni presidente della sezione bolognese della Associazione Nazionale Bersaglieri. Assieme a lui nella campagna di guerra del 3° Reggimento e per l’intera durata della prigionia fu sempre presente il sottotenente Carlo Romoli, il quale dopo il rimpatrio non ha mai smesso di disegnare e dipingere vedute artistiche e immagini del Campo di Suzdal’, alcune delle quali, per sua gentile concessione, illustrano il presente volume.

1- Il 3° Reggimento Bersaglieri in Russia inquadrato nella Divisione Celere Principe Amedeo Duca d’Aosta

L’”Operazione Barbarossa”, intrapresa dal terzo Reich nel giugno 1941 per conquistare l’Unione Sovietica, fu la più fallimentare campagna di guerra di Hitler; inutile ricordarne qui gli errori, alcuni dei quali peraltro già commessi da Napoleone centotrent’anni prima2. Intrapresa per conquistare lo “spazio vitale” che il Führer riteneva necessario al popolo tedesco e per garantirsi le risorse minerarie che avrebbero fatto della Germania una superpotenza mondiale, la campagna orientale divenne invece ben presto il banco di prova della solidità d’una alleanza anti-hitleriana che avrebbe portato in breve alla liquidazione dei regimi nazi-fascisti.
Il 3° Reggimento Bersaglieri fu tra i primi reparti italiani a partire per il fronte orientale, inquadrato nel Corpo di Spedizione Italiano in Russia (Csir) che il Re e Mussolini avevano voluto per sostenere gli alleati tedeschi nell’attacco all’Unione Sovietica. Il Csir, al comando del generale Giovanni Messe, contava tre divisioni (3a Celere Principe Amedeo Duca d’Aosta, 9a Autotrasportabile Pasubio e 52a Autotrasportabile Torino) per complessivi 62.000 uomini e fu inquadrato nell’11a Armata germanica. La Divisione Celere comprendeva il 3° Reggimento Bersaglieri, il Reggimento Savoia Cavalleria, il Reggimento Lancieri di Novara e il 3° Reggimento Artiglieria a Cavallo.
Il trasferimento del 3° Reggimento iniziò il 24 luglio 1941 dagli scali ferroviari di Verona e di Peri, procedette attraverso la Germania, l’Ungheria e la Romania attraverso i Carpazi e si concluse al fronte attestato sul fiume Dnjester. Il reggimento, inquadrato nella Divisione Celere, era costituito da un Comando, una Compagnia comando, tre battaglioni (XVIII, XX e XXV), due Compagnie motociclisti (2a e 3a), due Compagnie cannoni controcarro da 47/32 (172a e 173a), il 122° Autoreparto (Autosezioni 76a e 77a). I battaglioni erano organizzati ciascuno su Compagnia comando, tre compagnie di bersaglieri armati con fucile Mod. 91 e con un fucile mitragliatore calibro 6,5 per ogni squadra, una compagnia mitraglieri con le Breda 30. Ogni compagnia aveva un plotone comando e quattro plotoni ciascuno su dodici squadre costituite da dodici bersaglieri, un pezzo e un autocarro3.
I primi scontri sono sul Dnjester e sul Bug, due fiumi dal corso quasi parallelo: assieme ai fanti della Pasubio i bersaglieri impegnano duramente il nemico che tenta di resistere. Le vicende dell’avanzata italo-tedesca, che sembra inarrestabile ma in realtà è combattuta e sudata, vedono il 3° Reggimento, al comando del colonnello Aminto Caretto, impegnato alla fine di settembre nei combattimenti sul fiume Dnjepr (su cui le truppe sovietiche tentano inutilmente di fermare il nemico) sino alla conquista di Petrikowka, che apre la strada a un’ulteriore avanzata. Ai primi di ottobre è la volta di Ulianowka; il percorso però è difficoltoso, perché pioggia e neve costringono i bersaglieri, appiedati, a marciare nel fango con estrema lentezza e determinano grandi difficoltà nella manovra degli automezzi, minacciati dal freddo e impediti nei movimenti dal fango.
In ottobre il reggimento occupa Michajlowka, e il giorno 20, contemporaneamente ai tedeschi, entra in Stalino, capoluogo del bacino del Donez, mentre il XXV Battaglione si attesta a Jussowo. I rifornimenti cominciano a creare seri problemi e per organizzare le salmerie occorre sequestrare carri e muli ai russi. Poi, in novembre, è la volta di Gorlowka e Rykowo. Un’azione tra le più impegnative a cui prendono parte i fanti piumati è quella su Nikitowka, dove l’80° Reggimento Fanteria della Pasubio è accerchiato dai sovietici: due battaglioni del 3° Bersaglieri, il XVIII e il XX, attaccano il nemico assieme alle camicie nere della Legione Tagliamento consentendo ai fanti di aprirsi un varco e di liberarsi.
Il 3° Reggimento fu anche protagonista dell’episodio più tragico della campagna di Russia prima della ritirata: la battaglia del Natale 1941. Alla fine di novembre le truppe germaniche sono a un centinaio di chilometri da Mosca e avanzano sino a raggiungere quasi la città ai primi di dicembre, quando i sovietici sferrano una dura offensiva che, iniziata con la conquista di Rostov, si concluderà nel marzo successivo. Il giorno scelto per lo sforzo maggiore, nel tentativo di sfondare le linee italiane con una massiccia concentrazione di forze, è la mattina del 25 dicembre. I primi a subire l’impatto dei sovietici, nelle nuove posizioni raggiunte dagli italiani, sono i due battaglioni della 63a Legione Camicie Nere Tagliamento e il XVIII Battaglione Bersaglieri, i quali subiscono l’attacco di sei divisioni ternarie, ovvero ordinate su tre reggimenti. La preponderanza del nemico è schiacciante e i bersaglieri, ridotti alla metà degli effettivi del battaglione, ripiegano su Mikailowka. Nel frattempo anche il caposaldo di Petropawlowka, difeso da tre compagnie del 3° Reggimento, viene investito da forze soverchianti, e i bersaglieri sono costretti a ripiegare. Dalle nuove posizioni appena occupate, i russi sferrano l’attacco su Stohskowo, dove ancora resiste il XX Battaglione, che è una località strategica per la tenuta dell’intera divisione; l’obiettivo resta nelle mani dei bersaglieri sino al passaggio delle consegne ai paracadutisti tedeschi. Lo stesso XX Battaglione, al contrattacco, prende poi la direzione di Petropawlowka che, dopo un tentativo in cui perde la vita il cappellano Don Giovanni Mazzoni, riesce a conquistare assieme ai tedeschi; il XVIII invece viene mandato alla riconquista di Woroschilowa, già precedentemente tenuta dalle camicie nere e appena presa dai russi: è un ulteriore sforzo per il già provato battaglione, che nell’operazione perde il comandante colonnello Nigra e dopo avere scacciato il nemico deve poi evacuare il villaggio a sua volta.
Dopo alterne vicende, quindi, alla fine di gennaio l’offensiva sovietica può considerarsi fallita ma gli italiani hanno subito gravi perdite, e lo stesso 3° Reggimento ha metà degli effettivi inutilizzabili. È la prima volta che gli italo-tedeschi sperimentano le capacità offensive dell’Armata Rossa e quando subiscono l’impeto dei sovietici ciò avviene nel periodo del maggiore rigore invernale, nel pieno di un territorio nemico ostile che grazie alla strategia della “terra bruciata” ben poche delle sue risorse ha offerto all’invasore.
Inoltre l’intera divisione lamenta difficoltà di rifornimenti di materiali e di personale: reparti già decimati nei combattimenti debbono essere ricomposti con l’immissione nei ranghi di complementi giunti dall’Italia; i villaggi vengono fortificati e le posizioni riorganizzate, si scavano trincee. Nonostante la rapida avanzata e gli entusiasmi dovuti alle sudate vittorie (ma anche, in parte, alla tattica di arretramento intenzionale dei russi), i problemi di organizzazione del Csir sono palesi: i fucili Modello 91 sono inadeguati; la fanteria non dispone di un armamento controcarro efficace e i pezzi da 47/32 risultano insufficienti contro i carri armati sovietici; i corazzati italiani (i carri L) sono troppo modesti in confronto a quelli del nemico; gli automezzi sono scarsi, privi di liquido anticongelante e di catene e inadatti al territorio; il vestiario, confezionato con tessuti autarchici della peggiore qualità, non protegge dalle temperature invernali russe; gli scarponcelli chiodati, fatti valere per tutti i teatri d’operazione, rivelano qui la loro inidoneità. Soprattutto la componente aerea è assai scarsa4 e manca una componente motocorazzata che consenta di proteggere le divisioni appiedate. Gli studi più seri hanno da tempo evidenziato l’ottusità degli alti comandi incaricati dei rifornimenti logistici, che pur avendo la possibilità di “copiare” gli indumenti e gli equipaggiamenti dei russi, semplici ma più adatti all’ambiente, non ne vollero in realtà mai fornire le truppe italiane (esempio di ciò sono i valenki, gli stivaloni foderati). Al contrario, invece, è ben documentato lo sforzo di potenziamento dell’Armir a cui giunsero, in abbondanza spropositata rispetto al fronte africano, mezzi e armamenti di poca o nulla utilità d’impiego nelle particolari condizioni di operatività dei reparti5.
Nel periodo tra febbraio e i primi di luglio 1942 il 3° Reggimento vive un periodo relativamente tranquillo, limitando i suoi impegni alle azioni di pattuglia sulla linea del fronte e a lavori di fortificazione, disturbato solo dalla scaramucce tra artiglierie nemiche e da qualche incursione aerea; nel frattempo giungono dall’Italia i complementi del CIII Battaglione e da altri reggimenti. Giunge anche, in marzo, il 6° Reggimento Bersaglieri, proveniente dai Balcani, al comando del colonnello Umberto Salvatores.
Il Csir, unitamente alla Legione Croata forte di due battaglioni di Camicie Nere e un gruppo d’artiglieria, il 3 giugno 1942 passa alle dipendenze del Gruppo Corazzato von Kleist (1a Armata corazzata) e dal 9 luglio con la denominazione di XXXV Corpo d’Armata viene inquadrato nella 8a Armata Italiana (Armata italiana in Russia, Armir) al comando del generale Italo Gariboldi. La forza complessiva degli effettivi dell’Armir contava 227.000 uomini, che alla vigilia dell’operazione “Piccolo Saturno” sarebbero stati 229.004; dato che, tuttavia, secondo l’Unione Nazionale dei Reduci di Russia (Unirr) sarebbe da revisionare seriamente e “sgonfiare” 6.
In luglio, a partire dal giorno 14, le operazioni riprendono con una rapida marcia verso il Don, lungo un percorso che si prefigura di oltre 500 chilometri, all’inseguimento dei russi in ritirata, spesso procedendo nel fango sotto la pioggia. Le tappe, che vengono bruciate rapidamente, sono Ivanovka, Millerovo e Voloscilovgrad. Il 26 luglio i due reggimenti bersaglieri superano il Donez su un ponte di barche costruito dal Genio; i chilometri percorsi ammontano ormai a 440. È poi la volta di Serafimovich, importante testa di ponte dei sovietici, che viene conquistata con una battaglia durata cinque giorni, dal 30 luglio al 3 agosto, e con l’intervento massiccio dei bombardieri germanici per neutralizzare i carri armati sovietici T-34. Nella battaglia resta gravemente ferito il comandante del reggimento, colonnello Caretto, che muore il giorno 5 per cancrena gassosa a un ginocchio; alla sua memoria verrà conferita la Medaglia d’Oro al valore militare.
In agosto la Celere è schierata su un tratto di fronte che si estende per 40 chilometri: si tratta di un impegno eccessivamente gravoso anche per una grande unità costituita da reparti sceltissimi, che costringe la maggior parte degli effettivi a stare in prima linea nella quasi totale privazione di forze di riserva. Sono stati i tedeschi a volere uno schieramento siffatto e hanno garantito l’appoggio di forze di riserva; l’alto comando italiano, pur non essendovi tenuto, ha supinamente accettato le loro imposizioni.
Il giorno 20 grossi contingenti di truppe sovietiche assieme ai carri armati oltrepassano il fiume; il tratto di linea del Don tenuto dalla Divisione di Fanteria Sforzesca (2a) viene sfondato e la Celere, assieme a pochi altri reparti, viene fatta affluire per la difesa della zona con l’obiettivo di riconquistare Jagodnij e ripristinare la linea del fronte: il caposaldo sarà ripreso, la controffensiva russa alfine bloccata, ma non sarà ripristinato il tratto di linea sul Don che rimarrà perciò a costituire una pericolosa testa di ponte in mano al nemico. Guardando le operazioni militari dall’ottica limitata della partecipazione italiana, si tratta della “prima battaglia difensiva del Don”, che dovrebbe aprire gli occhi agli alti comandi sulle effettive potenzialità dell’esercito di Stalin.
Gli ultimi due mesi del ’42, di relativa stabilità del fronte, vengono impegnati nel riassesto delle unità e nei lavori di fortificazione. La peculiarità di talune Specialità scelte dell’Esercito non sono adeguatamente valorizzate in un contesto ove tutti i reparti vengono impiegati per la tenuta delle linee, con gli uomini sovente esposti al tiro dei “cecchini” russi dotati di fucile con cannocchiale; così gli alpini, truppe scelte da montagna, sono destinati alle pianure del Caucaso assieme ai loro muli, mentre i bersaglieri, che notoriamente sono truppe d’assalto e da movimento rapido, sono lasciati ad ammuffire nelle trincee. Ricorda difatti il colonnello Mario Carloni, comandante del 6° Reggimento Bersaglieri, che

i reggimenti bersaglieri, per la loro costituzione organica, l’armamento leggero, l’equipaggiamento, il tipo di addestramento, la preparazione a un impiego eminentemente offensivo in guerra manovrata e con compiti autonomi, erano i meno indicati a una guerra difensiva di trincea, che richiede organizzazione e preparazione tecnica e psichica del tutto diverse.7

La tragedia dell’Armir cominciò nella metà di novembre 1942 con un attacco massiccio all’Armata Romena e l’assedio intorno alla città di Stalingrado dove si era raccolta l’Armata del generale Paulus8. Soltanto poco più tardi, alla metà di dicembre, i russi, forti dei nuovi carri T-34 e dei micidiali Organi di Stalin (katiuscia), misero in atto un’azione per infrangere il nostro schieramento e avvolgere l’ala destra dell’Armata italiana. Le divisioni italiane presenti su quel tratto di fronte, alternate ad altri reparti, sono la Divisione di Fanteria Cosseria (5a), il 318° Reggimento germanico, la Divisione di Fanteria Ravenna (3a), la 298a Divisione germanica, la Pasubio, la Torino, la Celere e la Sforzesca. Più a nord delle unità anzidette sono schierati la 2a Armata ungherese e, scendendo, il Corpo d’Armata Alpino comprendente le Divisioni Alpine Tridentina (2a), Julia (3a) e Cuneense (4a) oltre alla Divisione Vicenza (156a); più a sud invece il fronte è tenuto dalla 3a Armata rumena. Il 3° Bersaglieri è schierato sull’ala destra della Divisione Celere, posto a difesa della linea del Don a nord-est di Meskov per complessivi 22 chilometri; alla sua destra il 6° Reggimento e alla sua sinistra la Legione Croata.
Tanti segnali manifestavano ormai chiaramente l’andamento complessivamente negativo della guerra: in Africa Settentrionale, in ottobre, l’8a Armata britannica di Montgomery aveva attaccato a fondo le truppe dell’Asse giovandosi di una superiorità schiacciante, mentre sul fronte orientale Mosca non era stata raggiunta, Leningrado aveva resistito alle pressioni dei tedeschi e Stalingrado, occupata dai tedeschi di Paulus, era ora accerchiata dai sovietici. Questi ultimi, dal canto loro, avevano ricevuto consistenti rinforzi (anche aerei) ed erano stati sottoposti a metodi disciplinari durissimi che prevedevano perfino la deportazione delle mogli degli ufficiali caduti prigionieri e il posizionamento di mitragliatrici alle spalle dei soldati per indurli ad avanzare senza incertezze.
L’offensiva sovietica, denominata “Piccolo Saturno”, aveva lo scopo di allontanare il fronte tedesco dalla sacca di Stalingrado9. Essa si rivolge dunque in dicembre con attacchi violenti alle posizioni italiane, le meno dotate di mezzi di tutto lo schieramento, e impegna forze che consentono ai sovietici una superiorità di sei a uno e la preponderanza assoluta nei corazzati; il piano prevede lo sfondamento del fronte e l’aggiramento delle unità italiane da Novo-Kalitwa a Weschenskaja. L’11 dicembre attaccano a nord contro le Divisioni Ravenna, Cosseria e 385a germanica e a sud contro la 3a Armata Romena; le posizioni vengono cedute e riprese alternativamente, mentre dai superiori Comandi giungono soltanto messaggi di incitamento che ordinano di tenere duro con fede incrollabile. Le truppe sovietiche sono un fiume in piena che travolge le retrovie sconvolgendo i servizi logistici e i collegamenti, avvolge i reparti rimasti in prima linea e riprende prepotentemente possesso del territorio precedentemente perduto.
Le azioni sovietiche giungono poi anche sulla linea di fronte tenuta dalla Celere: il 16 i russi attaccano l’11a Compagnia del XXV Battaglione e si infiltrano nel punto di contiguità con la 6a Compagnia del XIII Battaglione del 6° Reggimento; lo scopo è di aprire una sorta di corridoio attraverso il quale fare passare le colonne corazzate che avvolgeranno l’intero settore. Il giorno successivo l’attacco prosegue più a fondo, specialmente contro il 6°, ed entrambi i reggimenti bersaglieri si trovano sotto il fuoco dei reparti dell’Armata Rossa provenienti dal fronte e delle pattuglie infiltratesi di lato, in profondità, sì da potere colpire la divisione a tergo secondo la stessa strategia di penetrazione messa in atto negli altri punti dello schieramento italiano in cui i sovietici erano riusciti a sfondare le difese. Nell’azione viene ferito il comandante del 3° Reggimento, colonnello Ercole Felici, che viene sostituito dal colonnello Luigi Longo. Il giorno 18 su buona parte della linea i russi sono ricacciati indietro, ma imponenti forze nemiche sono ormai penetrate in profondità e attaccano senza sosta i due reggimenti. Non esiste più continuità fra l’uno e l’altro reparto e la trincea di divisione è spezzettata; la stessa linea del fronte è precaria e gli italiani si ritrovano piccoli contingenti russi nelle loro stesse retrovie.
Il giorno 19 il Comando della Divisione Celere impartisce ai reparti dipendenti l’ordine di ripiegare su Meskov per attestarsi sul fiume Tichaja, un affluente del Don, allo scopo di proteggere le altre unità in corso di ripiegamento. Anche il 3° Reggimento deve quindi lasciare la sua linea di fronte e abbandonare quegli stessi capisaldi che i russi più volte avevano attaccato senza mai riuscire a prendere. Il ripiegamento avviene in direzione sud-ovest, in una marcia di due giorni a piedi nella neve ormai alta e con una temperatura scesa a meno 30 gradi, con gli uomini carichi di armi e munizioni e di effetti personali ridotti all’essenziale. Come ricorda Gelio Sartini nel corso della ritirata del XX Battaglione cominciò a sgretolarsi l’ordine dei reparti:

I miei uomini erano ormai sparsi un po’ dappertutto. Io avevo perduto il contatto con i portatori delle armi. Non era più la ritirata di un battaglione, ma di un migliaio di uomini. Gli ufficiali non avevano più il controllo dei loro soldati ed i soldati non avevano più il contatto con i loro ufficiali. La marcia era diventata individuale o a gruppi.10

A Meskov però il Comando di divisione ha già sgomberato il villaggio, che all’arrivo dei bersaglieri è appena stato occupato dai russi dopo un vittorioso scontro con reparti tedeschi.
È il giorno 20 e il comandante del reggimento, colonnello Luigi Longo, dopo avere fatto deviare per percorsi più sicuri altri reparti, fra cui un Ospedale da campo, decide di tentare un colpo di mano per conquistare il villaggio11. Nel pomeriggio l’attacco è affidato all’impeto della Legione Croata, che viene distrutta, e alla sera muovono all’assalto i bersaglieri del 3° con in testa il XVIII Battaglione forte anche di una compagnia di artiglieria del 120° Reggimento. Sotto la luce del plenilunio e sotto il fuoco dei mortai e dei cannoni nemici il reggimento va all’assalto attraverso una spianata ricoperta di neve, in fondo alla quale i russi sparano al riparo delle isbe. L’impeto dei bersaglieri costringe il nemico a lasciare le sue posizioni e a ritirarsi in una piccola chiesa sconsacrata posta su una altura vicina, che da quel momento diviene il fulcro della battaglia. La chiesa viene presa e perduta più volte, fintanto che in rinforzo dei sovietici sopraggiungono i carri armati.
Nell’azione il 70% degli effettivi del reggimento viene perduto. Le postazioni raggiunte vengono mantenute sino all’alba del giorno successivo, quando i superstiti ricevono l’ordine di ripiegare verso Kalmikov, a dieci chilometri da Meskov. Comincia il ripiegamento, senza particolari fastidi da parte del nemico, anch’esso gravemente indebolito dalle numerose perdite. Giunti a Kalmikov i bersaglieri si resero conto di essere rimasti del tutto isolati. Sono le prime ore del mattino del 21, e il colonnello Longo predispone gli uomini a una difesa a oltranza del luogo; nel mentre, però, il reparto viene raggiunto da imponenti forze nemiche. Quel che resta del 3° Reggimento Bersaglieri viene completamente accerchiato dal nemico che sopraggiunge dalle alture circostanti; preso di mira dai mortai e attaccato dai carri armati e dalla fanteria russa, è sommerso e distrutto in pochi e brevi scontri. I pochi superstiti del reggimento vengono catturati, incolonnati e poche ore più tardi inizia la marcia di trasferimento verso l’interno.
Soltanto piccoli residui del 3° Reggimento, dislocati a Cerkov, dopo aspri combattimenti e a prezzo di altissime perdite riescono ad aprirsi un varco che consentirà loro di rientrare in Italia Il 6° Bersaglieri alla guida del colonnello Mario Carloni invece, potendo contare su automezzi a sufficienza per il trasporto di viveri e munizioni, dopo una ritirata effettuata a piedi combattendo quasi ininterrottamente in avanguardia e in retroguardia, aprendosi la via con le bombe a mano, giunge a Gomel il 5 marzo ricongiungendosi ai resti dell’Armir e rimpatria nella seconda metà del mese 12.
Sulla linea del Don sarebbero rimaste, ancora per poco, le truppe alpine13. Dal 14 gennaio i sovietici, dopo avere aggirato la Divisione Julia, che per oltre un mese aveva sostenuto con successo il tentativo di sfondamento di tre divisioni nemiche, coprendo con successo il fianco destro rimasto scoperto, riuscirono a penetrare nel settore tenuto dagli ungheresi (che ripiegarono senza avvertire gli italiani) e in quello tenuto dal XXIV Corpo germanico, accerchiando in tal modo il Corpo d’Armata Alpino e puntando dritti su Rossosch, sede del Comando. Non è senza significato il fatto che, una volta tanto, i russi abbiano preferito tentare (con successo) lo sfondamento sulle linee tedesche anziché muovere su quelle italiane. Soltanto il 17 gennaio anche per gli alpini giunge l’ordine di ritirarsi; tedeschi e ungheresi sono in quel momento già in fuga e le grandi unità italiane vengono evidentemente sfruttate, con lucido cinismo, per coprire la fuga a costoro.
Il ripiegamento degli alpini avviene nella steppa, alla temperatura di meno 30 gradi, spesso nel mezzo di tempeste di neve, dopo avere abbandonato automezzi e armamenti pesanti e nella penuria di viveri e munizioni, con le unità corazzate russe che continuano ad avanzare inesorabilmente, piombando sugli italiani sia alle spalle che di fronte, e l’insidia dei partigiani. Il luogo d’incontro prefissato per le divisioni è a Valuiki, che i comandi credono nelle nostre mani ma che in realtà è già tenuta dai russi; avvertita dai tedeschi, la sola Tridentina devia verso Nikolajevka mentre le altre divisioni, tagliate fuori da ogni comunicazione, avanzano diritte nelle braccia del nemico. Buona parte degli effettivi di queste unità viene in tal modo catturata nelle valli di Valuiki, nello stesso mese di gennaio: fra i tanti anche i generali Ricagno, Battisti e Pascolini. La Julia e la Cuneense restano quindi distrutte, mentre la Tridentina assieme a un Corpo Corazzato germanico riesce a rompere l’accerchiamento e a dirigersi verso occidente, dopo avere sostenuto battaglie sanguinose quanto leggendarie come quella di Nikolajevka, portandosi dietro scontro dopo scontro una massa di sbandati rimasti senza reparto e senza comandi.
Anche i reparti alpini, come quelli di bersaglieri, furono distrutti o gravemente danneggiati nell’azione di ripiegamento, mentre riparavano la ritirata di altre grandi unità, fedeli al dovere e al giuramento prestato oltre ogni limite umanamente possibile. E proprio nel ripiegamento maturò, tra i molteplici sentimenti di ufficiali e soldati, una generale ostilità nei confronti dell’alleato germanico, troppo spesso protagonista di episodi di scarsa solidarietà verso gli italiani (indubbiamente esagerati nella memorialistica italiana e nelle relazioni dei comandanti allo scopo di coprire le proprie inefficienze) oltre che di vergognose azioni criminali nei confronti dei civili locali, i quali pure aiutarono più volte gli italiani nel corso del ripiegamento dimostrando di sapere distinguere tra i comportamenti dei diversi soldati all’interno di una medesima alleanza.
La realtà, molto più semplice di quanto non si creda, è che i Comandi italiani non avevano previsto la ritirata delle nostre divisioni e nulla era stato approntato in tal senso: eppure “era la presenza di mezzi di trasporto che poteva fare la differenza, garantendo pezzi anticarro e munizioni, viveri e generi di conforto, collegamenti radio e assistenza medica: quello che (sembra di capire) avevano i reparti tedeschi che fecero la ritirata con il corpo alpino” 14. Infatti, come già da tempo ha spiegato Lucio Ceva,

già alla fine di novembre è chiaro che il ripiegamento si renderà presto necessario. Ma il comando italiano non predispone alcun piano, non prepara gli itinerari cercando di assicurarne la percorribilità, non orienta la massa degli automezzi né dispone opportunamente le riserve di carburante. Cosicché, quando il 19 dicembre sotto l’impeto nemico giunge l’ordine di ripiegare, nulla è pronto.15

Documenti di recente rinvenuti – e in particolare la relazione di un ufficiale generale inviato dal Ministero della Guerra – confermano ancora una volta l’inefficienza e la sciatteria degli alti comandi, a cominciare dalla discutibile figura del generale Gariboldi, e la loro acquiescenza ai voleri dei tedeschi (così si chiarisce la responsabilità dell’impiego assurdo delle truppe alpine in pianura), ma al tempo stesso anche il decadimento qualitativo degli ufficiali inferiori e la forte demotivazione dei militari, preoccupati di finire catturati dai sovietici, notoriamente assai duri con i prigionieri; il risultato di tutto ciò fu, in occasione della penetrazione dei sovietici, la propagazione del panico dalle retrovie alla prima linea e poi lo sfaldamento dei reparti con il conseguente sbandamento di tanti, troppi uomini in preda al terrore panico16.
In un mese e mezzo di combattimenti durissimi, tra la metà di dicembre ’42 e la fine di gennaio ’43, l’Armir, ancora in estate forte di poco meno di 230.000 uomini (salva l’ipotesi di “sgonfiamento” di tale cifra), ne aveva perduti 95.000 mentre i feriti ammontavano a 30.000; dei dispersi però soltanto 25.000 (appena poco più del 10% del totale degli effettivi) erano caduti in combattimento o per crollo fisico (fame, sete, congelamenti), mentre i restanti 70.000 erano stati catturati armi in pugno dai russi o si erano dati prigionieri nell’impossibilità di potere continuare a combattere. Ciò, ben lungi dall’alleviare le responsabilità materiali e morali della Corona e di Mussolini su cui ricade senza alcuna attenuante il peso di una politica estera folle e aggressiva, dovrebbe fare riflettere attentamente sul valore dei combattenti italiani i quali – tolte ovviamente le eccezioni che confermano la regola, poiché i vili sono sempre presenti in ogni esercito – furono capaci di ripiegare valorosamente e di subire la sconfitta con grande dignità, aiutati peraltro da quelle popolazioni civili ucraine che quasi mai negarono la povera ospitalità e quel poco che potevano offrire per il sostentamento dei reparti in rotta.

2- Nei lager di Stalin

3- Il ritorno in Italia e le polemiche del dopoguerra

4- Tra “lavaggio del cervello” e resistenza

Note

1 Per una bibliografia la più possibile aggiornata e minuziosa sulla campagna di Russia in generale rimando al volume Figli miei… dove siete?: Bruno e Francesco Mongardi presentano le lettere di Carlo e Dante, artiglieri alpini della Julia, dispersi in Russia, a cura di Giovanni Vinci, Imola, Tip. Fanti, 2005, p. 181-196. Per quanto riguarda invece la prigionia rimando al mio “Nei Lager di Stalin: rassegna bibliografica sulla prigionia dei militari italiani in Russia”, Archivio Trentino, a. LIII, n. 1 (2004). La stessa bibliografia, aggiornata è stata inclusa nella ripubblicazione del volume di Benigno Benassi, Il processo D’Onofrio e la verità, San Giovanni in Persiceto, Associazione Culturale il Mascellaro, 2008.
2 Sulla campagna in Russia in generale cf.: Ronald Seth, Operazione Barbarossa, Milano, Longanesi & C., 1971; Paul Carell, Russia 1941-1945, Milano, Longanesi & C., 1967-1972 (l’autore è stato un alto ufficiale tedesco durante il nazismo e la sua visione è ovviamente di parte); Allan Clark, Operazione Barbarossa: Il conflitto russo-tedesco: 1941-1945, Milano, Garzanti, 1966. Sulla partecipazione in particolare degli italiani: Ministero della Difesa - Stato Maggiore Esercito - Ufficio storico, Le operazioni del CSIR e dell’Armir dal giugno 1941 all’ottobre 1942, a cura di Ugo Leone, Roma, Tipografia Regionale, 1947; Ministero della Difesa - Stato Maggiore Esercito - Ufficio storico, Le operazioni delle unità italiane al fronte russo 1941-1943, Roma, Tipografia Regionale, 1977; Aldo Valori, La campagna di Russia: Csir-Armir: 1941-1943, Roma, Grafica Nazionale Editrice, 2 vol., 1950-1951; Francesco Valori, Gli italiani in Russia, Milano, Bietti, 1967; Antonio Ricchezza, Storia illustrata di tutta la campagna di Russia: Luglio 1941-maggio 1943, 4 voll., Milano, Longanesi, 1971-1972.
3 Cf. Bersaglieri: Epopea dei fanti piumati da La Marmora ai Commandos, 4 voll., Milano, COGED, 1979-‘80; Cronaca e storia del corpo dei Bersaglieri: 1836-1986, Torino, Daniela Piazza Editore, 1986, p. 259 sg.; cf. inoltre: Luigi Emanuele Gianturco, Noi del Terzo, Fasano, Schena, 1968; Fausto Mandelli, I figli del vento e della vittoria: Storia breve breve dei bersaglieri d’Italia, s.l., A. Panzeri, 1974; Storia del 3° Reggimento di bersaglieri: Testo di ufficiali, sottufficiali, graduati e bersaglieri semplici presenti al Reggimento alla data del suo scioglimento, Roma, G. Volpe, 1977. Per una raccolta di testimonianze di militari del 3° Reggimento Bersaglieri rimando a Giulio Bedeschi, Fronte russo: c’ero anch’io, Vol. 1°, Milano, Mursia, p. 136 sg.
4 Giuseppe Santoro, L’Aeronautica italiana nella seconda guerra mondiale, Milano-Roma, Esse, 1957.
5 Lucio Ceva, Storia della società italiana dall’Unità a oggi: Le Forze Armate, Torino, UTET, 1981, p. 313-315; più di recente Filippo Cappellano, “Scarpe di cartone e divise di tela”, Storia militare, a. X, n. 101 (febbraio 2002); Giorgio Rochat, “Le truppe italiane in Russia 1941-1943”, Storia militare, a. XI, n. 115 (aprile 2003).
6 Da un intervento di Carlo Vicentini in http: //www.secondorisorgimento.it/rivista/dibattito/armir.htm.
7 Mario Carloni, La campagna di Russia, Milano, Longanesi, 1971, p. 18.
8 Anthony Beevor, Stalingrado, Milano, Rizzoli, 2000.
9 David M. Glanz, From the Don to the Dnepr: Soviet offensive operations: December 1942-August 1943, London, F. Cass, 1991.
10 Gelio Sartini, Campo 160, Milano, Gastaldi, 1959, p. 50.
11 Sulla battaglia di Meskov cf. in particolare la testimonianza del tenente Umberto Puce del XVIII Battaglione, in: Bedeschi, Fronte russo, cit., p. 145-152.
12 Per le vicende del 6° Reggimento cf.: Carloni, La campagna di Russia, cit.; Aldo Giambartolomei, “Campagna di Russia 1942-’43: La guerra del 6° Reggimento Bersaglieri”, estratto da Memorie storiche militari 1983, ed. riveduta e corretta, Roma, Ufficio Storico Stato Maggiore Esercito, 1985.
13 Sulla partecipazione del Corpo d’Armata Alpino cf. Alessandro Massignani, Alpini e tedeschi sul Don, Valdagno, Rossato, 1991.
14 Rochat, “Le truppe italiane in Russia 1941-1943”, cit., p. 47.
15 Ceva, Le Forze Armate cit., p. 323.
16 Nicola Pignato, “Una tragedia annunciata”, Storia militare, a. XI, n. 117 (giugno 2003).