La parola del papa e dei vescovi - 47

OMELIA NELLA MESSA PER IL RITORNO DELLE SALME DI CADUTI IN RUSSIA

Basilica di S. Petronio
Sabato 6 marzo 1993

L’assenza è stata lunga, ma finalmente sono tornati a casa.
Non è questo il ritorno che essi speravano, quando sono partiti rigogliosi di giovinezza; ma è un ritorno che vogliamo affettuosamente onorare, dopo averlo atteso tanto tempo. Sono partiti senza chiedersi se fosse giusta e ragionevole quell’avventura, che li strappava dalle loro case, dalle loro terre, dai sogni che è legittimo e naturale sognare a vent’anni. Sono partiti come figli semplici e schietti, che neppure sono sfiorati dal pensiero di ribellarsi alla voce di una madre amata.
Onore a loro, onore al loro sacrificio, onore alle loro grandi sofferenze e al loro lungo silenzio.

Nel Vangelo abbiamo ascoltato Gesù che di fronte alla prospettiva del tragico destino che gli è stato assegnato - il destino del chicco di grano che cade tra le zolle e muore - non sa trattenere la commozione e grida: "L’anima mia è turbata".
Anche noi, come il nostro Redentore, siamo turbati di fronte a questi corpi che erano stati gettati nei solchi di gelide pianure lontane. Anche noi ci sentiamo fremere guardando queste bare, così come il Figlio di Dio non ha saputo frenare le lacrime davanti alla tomba muta di un amico.
Ci conforta la persuasione che questa nostra dolente umanità è la stessa di quella assunta dall’Unigenito del Padre, sicchè siamo certi che egli anche per diretta esperienza ci capisce in questi nostri momenti di pena, quando insorge spontaneo in noi lo smarrimento e ci vengono alle labbra domande che non sono prive di amarezza.
Gesù però ci indica la strada perchè il nostro dolore non si isterilisca in una ribellione vana: anche lui si turba, ma scioglie subito il suo turbamento in una preghiera fiduciosa al Padre. Così facciamo noi in questa ora.
E il Padre ci rianima con la speranza cristiana, che apre il nostro cuore al mondo della risurrezione e della vita eterna.

La prima lettura ci ha ricordato un rito funebre compiuto nell’Antico Testamento proprio su quanti erano caduti in battaglia, come questi nostri fratelli.
E’ il rito cui stiamo attendendo anche noi, e che il Libro di Dio definisce "un’azione molto buona e nobile, suggerita dal pensiero della risurrezione". Perchè - continua la parola del Signore - se non ci fosse stata "ferma fiducia che i caduti sarebbero risuscitati, sarebbe stato superfluo e vano pregare per i morti".
Questa ferma fiducia è un dono che dobbiamo chiedere per noi in questa celebrazione: noi rivedremo i nostri cari, i vincoli lacerati saranno ricomposti, una sorte di gloria ci attende tutti di là dal dramma implacabile delle follie umane.
Imploriamo altresì che questi morti siano gli ultimi dovuti alla catastrofe della guerra. In realtà, dopo l’immolazione di questi nostri fratelli, il Signore ha dato alla nostra nazione un lungo tempo di pace: possa questo tempo di pace non finire più. Possano questi morti essere placati dalla consapevolezza di aver posto con il loro sangue i sigilli definitivi alla lunga e tremenda storia di tutte le guerre.
La speranza cristiana ci rassereni tutti e dia conforto a quanti sentono ancora vivo nell’anima il morso della antiche ferite.
Questa preghiera di suffragio si faccia anche principio di nuova consolazione e ci aiuti a proseguire rianimati nel difficile cammino della vita.

La parola del papa e dei vescovi
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