Ricominciare da dove i passi del can. Donati si sono fermati

Ernesto Vecchi

La chiesa, che vive pellegrina nelle comunità parrocchiali di San Giacomo di Lorenzatico e di San Biagio di Zenerigolo, è qui convocata nell’unità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, per celebrare l’Eucaristia compendio del mistero cristiano e sorgente di ogni risorsa spirituale.

In questo contesto, la memoria di Cristo morto e risorto ci soccorre e ci sostiene nel dare senso al ricordo di un evento drammatico, accaduto 49 anni fa, il 13 maggio 1945: il sacrificio cruento del can. Enrico Donati, cappellano e poi arciprete di Lorenzatico per trent’anni, a partire dal lontano 6 ottobre 1915.

La conoscenza diretta, anche se consumata in anni per me infantili (dal 1941 al 1945), ha fissato nitida, nella memoria del chierichetto, l’immagine vigorosa e autorevole del buon pastore di Lorenzatico che, assieme ai confratelli delle parrocchie vicine, partecipava di frequente agli “uffici” in suffragio dei defunti, nella parrocchia di San Matteo della Decima, invitato dal can. Francesco Mezzacasa e da mons. Ivaldo Cassoli.

Introibo ad altare Dei...Così cominciava la Messa a quei tempi, e tante volte gli ho risposto, senza conoscere il senso delle parole: Ad Deum qui laetificat iuventutem meam: a Dio che allieta la mia giovinezza . Il rito della Messa dei defunti escludeva altri versetti del Salmo 42 che egli, invece, pronunciava durante il rito ordinario: Iudica me Deus, et discerne causam meam de gente non sancta; ab homine iniquo, et doloso erue me: fammi giustizia, o Dio, difendi la mia causa contro gente spietata; liberami dall’uomo iniquo e fallace (Sal 42,1).

E continuava, rivolgendosi a Dio sua difesa: quare me repulisti: perché mi respingi, perché triste me ne vado oppresso dal nemico ? (Sal 42,2). Parole familiari pronunciate nella Messa festiva del mattino, ma per l’arciprete divenute motivo di fede allo stato puro, quella tarda sera del 13 maggio ‘45, quando in bicicletta scortato dai suoi carnefici percorse fino in fondo la via della croce.

Ma il Signore non lascia mai soli i suoi sacerdoti e i suoi fedeli: Io cambierò il loro lutto in gioia, li consolerò e li renderò felici, senza afflizioni. Sazierò di delizie l’anima dei sacerdoti e il mio popolo abbonderà dei miei beni (Ger 31,1).

Così nella mente di don Enrico, in quei momenti terribili, saranno riemerse anche le altre parole di introduzione alla sua ultima Messa: Emitte lucem tuam et veritatem tuam..., manda la tua verità e la tua luce; siano esse a guidarmi, mi portino al tuo monte santo e alle tue dimore (Sal 42,3).

Solo, davanti a quella pistola che gli ha fracassato la mascella, proprio come la lancia dei soldati ha squarciato il petto di Gesù, lo Spirito di verità, il Consolatore (Gv 14,17), lo ha certamente guidato verso la verità tutta intera (Gv 16), come noi stasera dobbiamo lasciarci plasmare da questa stessa verità.

La prima lettura ci ricorda che le sofferenze del momento presente non sono paragonabili alla gioia futura che dovrà essere rivelata in noi (Rom 8,18). È questa una linea di accesso alla visione integrale delle cose. È su questa strada che lo Spirito ci conduce, per superare la paura propria degli schiavi e giungere al coraggio dei figli di Dio (cfr. Rom 8, 14-15), coraggio che il cristiano maturo deve saper testimoniare in ogni circostanza.

Lo Spirito, che a Pentecoste riceveremo in abbondanza, attesta che siamo figli di Dio e quindi anche eredi, se veramente partecipiamo alle sofferenze di Cristo. Non si giunge alla gloria della risurrezione se non mettiamo nel conto della nostra vita il costo della fede, che il Vangelo ci presenta in termini di partecipazione alla croce di Cristo: Se qualcuno vuole venire dietro a me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua (Mt 16,24).

Come Gesù, possiamo chiedere al Padre di allontanare da noi il calice della sofferenza (Mt 26,39) e per quanto è in nostro potere dobbiamo sconfiggere il dolore e la morte, ma sempre disponibili ad accogliere la volontà di Dio.

Per don Enrico, l’ora della prova è giunta a quell’incrocio tra via Zenerigolo e via Poggio. Egli bevve, fino in fondo, il calice amaro preparato per lui dall’odio degli uomini. Don Antonio Pasquali, primo erede di don Enrico, ci racconta dell’ urlo di protesta gridato dal sacerdote assediato. I suoi aguzzini non vollero sentire ragioni e non ebbero pietà: così insegnava la più grande menzogna pronunciata nel XX secolo.

Ma ora siamo qui non per cercare responsabilità ormai sepolte dal tempo che passa inesorabile, ma per sconfiggere la causa vera di ogni tragedia umana, cioè il peccato e per ravvivare in noi le energie che ci mettono in grado di camminare lungo i sentieri indicati da Cristo, via, verità e vita (Gv 14,6), ricominciando proprio da dove i passi del can. Donati si sono fermati.

La nuova strada ce la ricorda il Vangelo di Giovanni: se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore produce molto frutto (Gv. 12.24). Il sacrificio di Giuseppe Fanin, a tre anni da quello di don Enrico, è un seme destinato a sbocciare proprio in questo tempo di grandi mutamenti, di forti contraddizioni e di tante angosce.

Che dobbiamo dire? Padre salvaci da quest’ora? Ma proprio per questo siamo diventati cristiani: non per salvare noi da quest’ora e fuggire dalle nostre responsabilità come fanno tanti, ma per salvare noi quest’ora, rimanendo saldi nella fede in Gesù Cristo, unico Salvatore del mondo e, come Lui, portare molto frutto (Gv 15).

Solo in questo contesto possiamo capire fino in fondo l’apparente assurdità del dramma di don Enrico che vogliamo ancora una volta ricordare con le parole dotte e sapienti di un sacerdote che ha tanto amato questa nostra terra persicetana, mons. Guido Franzoni:

Le tue campane non ebbero rintocchi per te.
Il tuo grido che ferì il silenzio della notte, il tuo gemito, il sangue che gocciolò nella stradina bianca, la partenza senza ritorno furono l’annuncio della tua morte.
Mancarono i ceri per te.
Le stelle occhieggianti nel firmamento furono le fiammelle che ti vegliarono.
Non fiori per te.
Ma dalle siepi, dalle aiuole i mille fiori del maggio composero la tua corona.
Il tuo corteo? Come quello del Calvario: di coloro che ti tesero agguato e ti avvolsero nell’ampia coltre della buia notte.
Ma iniziò un pellegrinaggio che continua, che ingrossa.
Fosti il buon pastore per i 25 anni del tuo sacerdozio e anche in morte somigliasti a Lui.
C’è da piangere sulla tua tomba.
Per lavare quel sangue.
Per spegnere tanto odio.
Nell’ampio sorriso dei cieli volgiti a noi che rimanderemo il tuo nome per sempre più benedetto.
E nell’amplesso di bontà e di amore del Padre i figli tutti si ritrovino fratelli.


Mons. Ernesto Vecchi è attualmente (nel 1995 ndr) pro-vicario generale dell'arcidiocesi di Bologna